Genova – In che modo si deve posizionare l’Italia nel rapporto tra Cina e Stati Uniti? L’economista Giulio Sapelli ha le idee chiare. Ma parte da una premessa: “Innanzitutto, evitiamo di usare la parola geopolitica il cui significato presume scopi militari. Le parole giuste da utilizzare sono quelle della vecchia teoria del realismo: cioè, studio delle relazioni internazionali”.
Intervistato da Gian Enzo Duci, presidente di Federagenti, durante il settimo Forum de Il SecoloXIX-MediTelegraph, Sapelli entra nel vivo del tema quando parla dell’Italia come “media potenza”, spiegando il significato del “rapporto che intercorre tra imperatore e vassallo”. “Quando l’Italia, sia in passato che in tempi più recenti, svolgeva un ruolo di vassallo intelligente faceva cose che l’imperatore non riusciva o non voleva fare. Prendiamo il caso di Giorgio La Pira quando l’11 novembre del 1965 incontrò Ho Chi Minh per cercare di mettere fine alla guerra nel Vietnam. Poi, arrivarono le bombe ma fu un episodio chiave della storia moderna. Oppure nel 1956, quando gli americani si schierarono dalla parte di Gamal Abd el-Nasser, leader della Rivoluzione egiziana del 1952 e secondo presidente dell’Egitto. Gli americani si schierarono contro Francia, Inghilterra ed Israele i quali inviarono i paracadutisti sul canale di Suez, in quel momento l’Italia diventò l’interlocutore fondamentale per rasserenare il clima”.
Ironia della sorte, Sapelli ricorda che “la Cina è diventata grande grazie agli investimenti americani, ovvero grazie al multilateralismo. Ma prima degli americani, l’importanza delle relazioni internazionali ci è stato insegnato da Tucidide nella guerra del Peloponneso. Lui fu il primo ad individuare, nello scontro tra Sparta e Atene, un tipo di conflitto diverso da qualsiasi altro. Come oggetto della guerra, infatti, egli vede non una controversia particolare ma il dominio incontrastato su tutta la Grecia da parte di Atene. Dominio che Sparta si ostinava a non capire”.
Sapelli insiste su un concetto: “Bisogna avere una visione dialettica della storia. Ricordiamo sempre che l’Italia ha stretto rapporti commerciali con la Germania nazista, così come con la Russia stalinista”. In sintesi, la nostra forza è sempre stata il multilateralismo.
Rapporto Italia-Cina, esperti a confronto
La tavola rotonda si focalizza poi sul rapporto Italia-Cina e sul futuro della Belt and Road Initiative (BRI): l’ambizioso programma del governo cinese che vuole finanziare con oltre 1.000 miliardi di dollari diversi investimenti infrastrutturali in quasi ogni angolo del pianeta: Africa, Europa, India, Russia, Indonesia. L’iniziativa, fortemente voluta da Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese, è stata lanciata nel 2013.
Iniziativa, osserva Paolo Moretti, direttore commerciale del Rina, che il Covid-19 ha frenato. Ma non è stata solo colpa della pandemia: “Il primo semestre del 2020 è quello che dal 2013 ha registrato i minori investimenti da parte della Cina sulla BRI, 23,4 contro 46 miliardi di dollari. Questo è accaduto anche perché Pechino sta focalizzando sempre più l’attenzione sulla parte marittima rispetto a quella terra. Non a caso, la flotta cinese è oggi la seconda al mondo dopo la Grecia, e anche noi negli ultimi due anni abbiamo raddoppiato le unità cinesi certificate”.
“E’ chiaro – commenta l’armatore Cesare d’Amico – con l’entrata della Cina nel 2001 nel Wto, questo Paese è diventato la fabbrica degli Stati Uniti, garantendo una forte accelerata alla globalizzazione. Questa data secondo me è ancora più importante del 2017, quando ci fu la presentazione della Belt and Road Initiative con gli assetti attuali. Questo perché non abbiamo ancora chiari, nel settore delle materie prime, quali saranno gli effetti di quella decisione politica. Certo dietro c’è la fame di commodities, e forse la volontà di nascondersi dietro questo progetto per “invadere” industrialmente altri Paesi: penso ad esempio al Pakistan e la sua posizione strategica rispetto alla concorrenza con l’India”.
“Il grande assente oggi sono gli Stati Uniti”, aggiunge d’Amico. “Gli Usa si sono abituati ad essere leader, ma oggi la situazione è più complessa. I Paesi aiutati dagli americani si sono affrancati, e ora gli Stati Uniti cercano, anche a seguito della crescita cinese, una nuova posizione nel mondo. La battaglia finale tra Cina e Usa sarà monetaria: l’obiettivo, che forse sta anche dietro all’accordo con i 15 Paesi asiatici di metà novembre, è sostituire o affiancare la valuta cinese al dollaro come riferimento mondiale nei prezzi”.
Cosa sta facendo l’Italia con la Cina? “E’ vero che siamo stati l’unico Paese del G7 a firmare il memorandum con loro, ma le conseguenze pratiche sono poche. Abbiamo fatto due riunioni della task force, ma c’erano 300 persone. Non si è potuto fare niente, e con il governo Conte 2 le riunioni non sono più state convocate”, risponde lo spedizioniere internazionale Riccardo Fuochi.
“Comunque sia, l’Italia ha ottenuto dei benefici nel rapporto con la Cina: nei settori alimentare, vino, moda – ricorda -. Ma c’è bisogno di una contropartita, ai cinesi non abbiamo ancora chiesto nulla, e però subiamo le pressioni di Paesi come gli Stati Uniti che vedono di cattivo occhio questo accordo”. Sta di fatto che il volume commerciale tra Italia e Cina ha perso un miliardo di euro nel 2020. Riusciremo a recuperarli nel 2021? “Sicuramente sì,”, conclude Fuochi.